Caciocchiato
Caciocchiato di Ariano Irpino, la pasta filata con gli occhi
PAT
Cos’è il caciocchiato
Il caciocchiato è una pasta filata vaccina di Ariano Irpino, in Irpinia. Somiglia a un grosso caciocavallo, ma quando si taglia mostra una pasta piena di buchi tondi: sono gli «occhi» che gli danno il nome. Dal 2016 è nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania.
Caratteristiche
- Denominazione
- PAT
- Tipo
- Formaggio a pasta filata e semicotta, semistagionato o stagionato
- Latte
- latte vaccino intero e termizzato di allevamenti della zona
- Zona tipica
- Campania
Zona di produzione
Il comune di Ariano Irpino, nella parte settentrionale della provincia di Avellino, lungo il crinale dell’Appennino campano. Il latte arriva da piccoli e medi allevamenti bovini del circondario.
Un caciocavallo con gli occhi
Nelle paste filate del Sud, dal caciocavallo al provolone, la pasta è di solito compatta, chiusa, senza buchi: è il risultato della filatura, che stira la cagliata e la rende liscia. Il caciocchiato fa eccezione. Al taglio la fetta è punteggiata da cavità tonde, distribuite in modo regolare, piccole o medie: un aspetto che di solito si associa ai formaggi d’oltralpe più che a quelli irpini. Da qui il nome, che unisce «cacio» e «occhio». La forma, invece, è quella di famiglia: un grande ovale con la testina, legato con la raffia e appeso, oppure un tronco di cono quando la pasta viene modellata in uno stampo metallico e poi chiusa in una rete.
Ariano Irpino e la sua storia casearia
Ariano Irpino è uno dei centri principali dell’Irpinia, costruito su tre colli lungo una delle vie che attraversano l’Appennino verso l’Adriatico. Il caciocchiato è un prodotto recente rispetto ad altri formaggi campani: le schede tecniche lo descrivono come nato in un caseificio della città nella seconda metà del Novecento e prodotto da allora senza interruzioni. Il riconoscimento ufficiale come PAT è arrivato nel 2016.
Il latte
Si usa solo latte di vacca, intero, munto la sera e la mattina dopo e poi mescolato. Le bovine sono di razze diverse e vivono in aziende piccole o medie della zona, in stalla oppure al pascolo semibrado; quando l’erba finisce mangiano fieno e farine prodotte in azienda. Prima della lavorazione il latte viene termizzato, cioè scaldato a 68 °C per una ventina di secondi: un trattamento più leggero della pastorizzazione.
Come si fa
Il latte si porta a 37,5 °C e si coagula con caglio liquido di vitello. La cagliata viene rotta in grani grandi come un chicco di mais o una nocciola e scaldata fino a 40 °C, per questo si parla di pasta semicotta. Tolto il siero, la massa resta a maturare per almeno quattro ore. È questo riposo il passaggio chiave: dopo la normale fermentazione lattica parte quella propionica, che produce il gas da cui nasceranno gli occhi. Quando la prova di filatura riesce, la pasta si taglia a strisce, si immerge in acqua bollente e si lavora a mano con la menatora, un bastone di legno, fino a renderla elastica. Le forme, di circa 12 chili, si rassodano in acqua fredda e si salano in salamoia satura.
Affumicatura e stagionatura
Dopo la salatura le forme vengono appese per la testina o messe in rete e passano in cella a temperatura controllata. Una parte viene prima affumicata a freddo con fumo di paglia biologica, che scurisce la crosta e lascia un profumo di fumo ben riconoscibile. La stagionatura va in genere da due a dodici mesi; qualche forma arriva a due anni. A fine maturazione una forma pesa 10-11 chili.
Aspetto e sapore
La crosta è sottile e liscia, giallo chiaro nel formaggio giovane, poi nocciola e marrone chiaro con il tempo o con il fumo. La pasta è di un paglierino molto tenue, che cambia un po’ con la stagione di produzione. Giovane è morbida e appena fibrosa; dopo sei mesi diventa più elastica e quasi burrosa. Il sapore è dolce, pieno, con note di burro fuso, erba e fieno e il caratteristico sentore lasciato dalla fermentazione propionica. Con la stagionatura compaiono una punta piccante e un aroma che ricorda il brodo di carne.
Quando è più buono
Si produce tutto l’anno, ma le forme migliori sono quelle fatte d’estate, quando le vacche escono al pascolo e mangiano erba fresca e varia, e il colore della pasta cambia leggermente con le stagioni.
Conservazione
Le forme intere stanno bene in un ambiente fresco e asciutto, appese. Il pezzo tagliato va in frigorifero, nella parte meno fredda, avvolto in carta per alimenti; prima di servirlo conviene lasciarlo a temperatura ambiente per mezz’ora, così gli aromi si aprono.
In tavola e in cucina
In Irpinia si serve a fine pasto, da solo o con una confettura piccante. Essendo una pasta filata, fonde bene ed è usato anche per farcire la pizza. Con le forme stagionate o affumicate funzionano vini rossi morbidi, caldi e di buon corpo. Per un giro completo fra i formaggi della regione c’è la guida ai formaggi tipici della Campania.
Curiosità
- L’occhiatura del caciocchiato nasce dallo stesso tipo di fermentazione, quella propionica, che crea i buchi nei formaggi svizzeri a pasta dura: una rarità fra le paste filate dell’Italia meridionale.
- Per affumicare le forme non si usa legna ma paglia, e per di più biologica certificata: il fumo freddo della paglia è più leggero e dà alla crosta un colore nocciola.
Altre paste filate e formaggi irpini
Domande frequenti
- Che cos’è il caciocchiato?
- È un formaggio vaccino a pasta filata e semicotta di Ariano Irpino, in provincia di Avellino. Ha la forma di un grande caciocavallo ma la pasta piena di occhi tondi, da cui prende il nome.
- Dove si produce il caciocchiato?
- Nel comune di Ariano Irpino, in provincia di Avellino. È l’unica zona di produzione indicata nella scheda del prodotto tradizionale.
- Chi produce il caciocchiato?
- La scheda regionale lo attribuisce a un caseificio di Ariano Irpino, Superlatticini Lo Conte, che ne ha messo a punto la ricetta.
- Perché il caciocchiato ha i buchi?
- Perché la cagliata, prima della filatura, riposa almeno quattro ore: in quel tempo alla fermentazione lattica segue quella propionica, che libera gas e forma gli occhi tondi e regolari.
- Il caciocchiato è un formaggio DOP?
- No. È un prodotto agroalimentare tradizionale (PAT) della Campania, iscritto nell’elenco regionale dal 2016; non ha una denominazione di origine europea.
- Quanto stagiona il caciocchiato?
- Di solito da due a dodici mesi; alcune forme vengono lasciate maturare fino a ventiquattro mesi.
- Esiste il caciocchiato affumicato?
- Sì. Dopo la salatura alcune forme vengono affumicate a freddo con paglia biologica: la crosta diventa marrone chiaro e il sapore prende una nota di fumo.
- Come si mangia il caciocchiato?
- A fine pasto, in purezza o con una confettura piccante, oppure fuso sulla pizza. Con le forme più stagionate si abbina un rosso morbido e strutturato.
Chi produce il Caciocchiato
Caseifici e prodotti verificati dalla redazione.
- Superlatticini Lo Conte Carlo srl — Ariano Irpino
Informazioni verificate dalla redazione a ottobre 2026.
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