Fratelli Lussiana
Giaveno (TO)
Prodotto all'Alpe Sellery Inferiore.
- Latte: misto
Cevrin di Coazze, formaggio di capra e vacca della Val Sangone
PATPresidio Slow Food
Il Cevrin di Coazze è una piccola toma della Val Sangone, sopra Torino, fatta mescolando latte di capra e latte di vacca. Il nome in patois significa «caprino», anche se la capra raramente è sola nella caldaia. Ha crosta lavata ambrata e rugosa, pasta morbida sotto la buccia e più compatta al cuore, profumi intensi di stalla, fieno e nocciola.
Val Sangone, in provincia di Torino: comuni di Coazze e Giaveno.
In piemontese «cevrin» o «ciavrin» vuol dire caprino, ma chi lo assaggia scopre subito che il nome racconta solo metà della storia. Nella caldaia finiscono insieme il latte delle capre e quello delle vacche, in proporzioni che cambiano secondo la stagione e la stalla: la regola fissa è che la parte caprina non scenda sotto il 40 per cento. Ne nasce un formaggio a metà strada fra una robiola e una toma, che nella valle qualcuno chiama in un modo e qualcuno nell’altro.
Per generazioni le piccole forme della Val Sangone sono scese a valle per essere vendute sui mercati di Torino, dove erano molto ricercate. Nella prima metà del Novecento, e ancora nel dopoguerra, era un’abitudine dei torinesi salire a Coazze e Giaveno la domenica per la «merenda sinoira», il pasto pomeridiano che finiva per sostituire la cena: fra frittate, verdure in carpione e salumi, sul tavolo non mancava mai il Cevrin.
La zona tradizionale è piccolissima: la Val Sangone, una valle laterale aperta sulla pianura a ovest di Torino, con i comuni di Coazze e Giaveno. Gli animali passano gran parte dell’anno al pascolo, dai prati di mezza costa fino agli alpeggi, e da questo dipende anche il calendario della produzione, che di regola va da marzo a novembre.
Per il Cevrin la razza conta. Le capre che danno il latte sono soprattutto Camosciate delle Alpi: animali snelli, di taglia contenuta, con il mantello fulvo e le corna piegate all’indietro, che ricordano da vicino lo stambecco e ne condividono la frugalità. Rendono al meglio sui pascoli d’altura, anche magri, dove trovano erbe spontanee che lasciano un segno riconoscibile nel profumo del formaggio.
Si usa latte intero di una o due mungiture; la miscela di capra e vacca può essere lavorata cruda oppure leggermente termizzata. Con l’aggiunta di caglio di vitello la coagulazione procede lenta, in una via di mezzo fra quella acida e quella presamica. La cagliata riposa, poi viene sistemata nelle fascere in forme di circa venti centimetri e salata a secco su entrambe le facce. La parte più impegnativa arriva dopo: per tutta la stagionatura, che dura almeno tre mesi, le forme vanno girate e lavate di continuo. È questo trattamento della crosta a darle il colore ambrato e il profumo deciso.
È una formetta cilindrica un po’ irregolare, con facce di 15-18 centimetri, scalzo diritto di 6-9 centimetri e un peso fra 0,8 e 1,5 chili. La crosta lavata è rugosa e umida, dal rossiccio al bruno scuro, con qualche rada muffa. Al taglio si vede bene il doppio carattere della pasta: paglierina, morbida e quasi fondente vicino alla crosta, più bianca e compatta al centro, con pochi occhi irregolari.
Il profumo è intenso e persistente e mescola sentori animali, di legno secco e di prato appena falciato, con quel tanto di nota caprina che giustifica il nome. In bocca la pasta è grassa e un po’ adesiva, si scioglie lentamente e lascia avvertire burro e nocciola. Quando la stagionatura si allunga, l’odore si fa più penetrante e compare una punta piccante.
Il Cevrin di Coazze è iscritto tra i prodotti agroalimentari tradizionali (PAT) del Piemonte e non ha una DOP. È anche un Presidio Slow Food: il progetto punta a far conoscere il formaggio, a rilanciare l’allevamento delle capre in valle e ad aumentare la quantità di latte disponibile. I produttori aderenti sono pochissimi; le forme stagionano in alpeggio o in grotte naturali.
Va tenuto in frigorifero nel ripiano meno freddo, avvolto in carta per alimenti e chiuso in un contenitore, lontano da cibi delicati che ne assorbirebbero il profumo. Tiratelo fuori almeno mezz’ora prima di servirlo: a temperatura ambiente la pasta torna morbida e cremosa.
Le forme di media stagionatura danno il meglio al naturale, con pane casereccio; quelle più vecchie e piccanti stanno bene con un filo di miele. In cucina il Cevrin entra nel gratin di patate, nel risotto alla zucca, nelle fondute servite con sformati di verdure; per condire gnocchi o preparare salse conviene sceglierne uno giovane. Sul tagliere va dopo i formaggi molli e prima delle tome più importanti. Al bicchiere chiede un rosso piemontese di corpo e tannino, come un Carema. Se vi interessa questo stile, vedete anche la Robiola di Roccaverano, il caprino e la nostra guida ai formaggi tipici di Piemonte e Valle d’Aosta.
Caseifici e prodotti verificati dalla redazione.
Giaveno (TO)
Prodotto all'Alpe Sellery Inferiore.
Coazze (TO)
Informazioni verificate dalla redazione a ottobre 2026.
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